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Sogni e fantasmi - Riflessione a partire dall’Iran

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É possibile che sognare il sogno di domani muova il mondo. Ma alcuni sogni sono meri fantasmi del mondo morto di ieri. Gran parte dei pretesi"anticapitalisti" non dispone oggi di nessun orientamento in relazione al futuro non-capitalista.

Testardamente e ottusamente questi individui insistono sui vecchi paradigmi della politica tradizionale, fondata sugli Stati nazionali.

Perciò la globalizzazione reale o é smentita e ignorata o é sottovalutata.

E la critica non comincia dalle categorie basiche storicamente obsolete del "lavoro astratto", della forma merce, della "valorizzazione del valore" e delle relazioni feticiste tra umani.

Essa si limita a un riferimento superficiale al "capitale finanziario" e al potere imperiale esterno degli Usa.

Nelle nuove circostanze, si origina in questo modo una convergenza di posizioni di estrema sinistra e di estrema destra (rossobrunismo), con un accento antisemita.

Poiché, nella storia moderna, gli ideologi irrazionali hanno sempre identificato il denaro speculativo ai "giudei".

Contro l’imperialismo securitario e il colonialismo occidentali di crisi condotti dagli Usa, i "sinistri" politicamente pietrificati propongono sempre più un contrappeso nella sfera esterna, costituito da regimi che, nel processo globale di crisi, animano apparentemente la vecchia sovranità nazionale.

Il vero carattere di questi regimi é quindi sbiadito.

Si tratta di una concezione da pura politica di potere, senza alcuna considerazione per il contenuto storico-sociale e ideologico.

Il presupposto di questo presunto "antiimperialismo"sono l’esistenza di spazi di manovra di uno sviluppo nazionale da realizzarsi nel corso di una nuova espansione capitalista,cosa che nonostante i loro desideri(ma non erano anti capitalisti?)non si avverrá mai giacché la terza rivoluzione micro-informatica ha cominciato a imporre un limite storico alla valorizzazione della forza lavoro umana.

Il capitale diventa allora "incapace di exploit", nel senso che si rivela impossibile una riproduzione ampliata in termini economici reali (espansione della valorizzazione) all’altezza degli standard di produttività e redditività da essa stessa raggiunti.

Nelle metropoli questa "sovraccumulazione strutturale" del capitale mondiale, provocata dall’utilizzazione della micro-informatica, conduce a una disoccupazione strutturale di massa, a una sovracapacità produttiva globale e alla fuga del capitale monetario nella sovrastruttura finanziaria (congiuntura delle bolle finanziarie).

Nelle periferie la mancanza di capitale impedisce l’equipaggiamento micro-informatico; e così le economie nazionali e intere regioni del pianeta collassano così velocemente che cadono sotto gli standard della logica del capitale e la loro riproduzione sociale è dichiarata "nulla" dal mercato mondiale.

Perció nel senso di una riformulazione di un "antimperialismo" svincolato dalle passate rivendicazioni sostanziali (quando il sistema era ancora in espansione)e ridotto a un guscio vuoto, non si manifesta più nessuna contrapposizione autonoma che possa sostenere una logica interna di sviluppo e liberazione.

IL quadro comune del mercato mondiale, che nella storia della modernizzazione diede impulso all’opposizione tra il potere imperiale e l’antimperialista "lotta per il riconoscimento", diventa, all’estinguersi della potenza della modernizzazione, il campo di diffusione di una tendenza alla barbarie che include tutti gli attori statali.

Il progetto di una alleanza antimperialista tra i paesi esportatori di petrolio, la "rivoluzione bolivariana" e la Cina si rivela interamente fragile quando l’ultimo anello della catena globale é inserito nell’analisi.

Così come la nuova ricchezza del petrolio dipende dall’industrializzazione della Cina, questa dipende dal consumo degli Usa. Qui si chiude il circolo.

É unicamente il flusso di esportazione totalmente unilaterale che attraversa il Pacifico ciò che sostiene la pretesa crescita. Il consumo nordamericano, a sua volta, si fonda essenzialmente nell’afflusso di capitale monetario transnazionale, ossia, nell’indebitamento.

Gli Usa sono da molto tempo il paese con il maggior indebitamento esterno del mondo. La solvibilità di questo indebitamento è garantita, tuttavia, dalla posizione degli Usa come ultima potenza mondiale, soprattutto in ragione della macchina militare senza eguali.

Le politiche sociali ed estere dei paesi esportatori di petrolio, sovvenzionate con petroldollari, dipendono pertanto, in ultima istanza, dalla congiuntura che unisce la solvibilità e il potere militare del proprio nemico imperiale. Che contraddizione!

In realtà, i nostri "sovranisti" devono pregare che la malvagia potenza degli Usa continui intatta, giacché, in caso contrario, il castello di carta dei diffusi sogni politici crolla.

É probabilmente il momento irrazionale più profondo di questa costellazione che provoca l’oscuramento ideologico del supposto nuovo antimperialismo fino a giungere ad affezioni antisemite.

Questo dimostra una volta di più che la lotta per l’emancipazione sociale deve essere condotta solamente per un movimento transnazionale che proceda dal basso, senza la rassicurazione nazionale della politica del potere.

Il carisma antimperialista su base nazionalista nelle nicchie economiche incerte della globalizzazione non può pretendere alcuna sostenibilità.

venerdì 1 Gennaio 2010

anonimo ma tremendo

Ma chi sono i nuovi “rosso-bruni”?

Sono perfettamente d’accordo con l'articolo "Sogni e fantasmi" sul giudizio relativo al modo di pensare dei "rosso-bruni" (altrimenti detti "fascio-comunisti" o "nazi-maoisti") e sul giudizio negativo concernente la sterilità delle categorie geo-politiche che non tengono conto degli elementi di classe insiti nei rapporti di forza internazionali.

Ma chi sono i nuovi “rosso-bruni”?

Un elemento che caratterizza in modo evidente i nuovi "rosso-bruni" è soprattutto un’attitudine facilmente polemica e provocatoria, persino isterica, una vocazione naturale all’arroganza e al fanatismo, che li induce a manifestarsi con aggressività verso chiunque abbia divergenze di opinioni.

Sono semplicemente dei neofascisti che hanno mutato veste per farsi accettare negli ambienti della sinistra cosiddetta alternativa e antagonista.

Non a caso, i "fasciocomunisti" in versione "no-global" cercano di penetrare soprattutto nelle fila del campo antimperialista per propagandare le loro assurde ideologie razziste e antisemite. In altri termini, il loro rozzo "antimperialismo" è impregnato di un antiamericanismo infantile che rischia di confondere le idee dei giovani che tentano di avvicinarsi ad una sana militanza politica.

I criteri di analisi e valutazione del mondo adottati dai "rosso-bruni" sono completamente estranei all’idea della lotta di classe. Invece, la logica analitica che dovrebbe ispirare il pensiero e l’azione dei comunisti, è riconducibile ad una visione della storia e del mondo incentrata sulla lotta di classe e non sulla lotta tra le nazioni.

Groucho

Il problema ...

Il problema infatti è proprio il concetto di "geopolitica" ... roba che può riguardare scelte tattiche appunto riguardanti i rapporti tra gli stati ma non diventare ragione politica dei rivoluzionari in ogni parte del mondo.

In nome della geopolitica ci fu il patto Stalin/Von Ribbentrop che portò tra l'altro alla consegna del gruppo dirigente comunista tedesco ai nazisti, oltre che all'invasione comune, tra Armata Rossa e nazisti, chi da nord e chi da sud, della Polonia.

In nome della geopolitica la Cina di Mao fu il primo stato che riconobbe il golpe di Pinochet in Cile.

In nome della geopolitica l'Urss riconobbe qualche anno dopo il regime dei generali argentini.

Insomma, in nome della "geopolitica", si sono compiute un sacco di infamie ...vogliamo continuare in questo senso ?

Il regime teocratico/liberista degli ayatollah è quanto di più lontano possibile da una idea di progresso civile e sociale delle classi subalterne.

Da Demostene al Trattato di Lisbona

E’un po’ di tempo che attraverso il social network sono in contatto con una donna filippina e un uomo indonesiano. Le conversazioni non vertono su argomenti molto profondi, ma i miei corrispondenti si mostrano sempre intelligenti, assai informati sulle cose del mondo e padroni delle possibilità che Internet offre per allargare la mente oltre l’orizzonte delle faccende quotidiane.

La qualità di questi due interlocutori non mi ha mai sorpreso perché l’emergere sulla scena del mondo, anche grazie ai new media, di popoli e culture prima relegati a un ruolo subalterno non è una novità. Si è però fatta in me più frequente la domanda se noi italiani ci rendiamo bene conto di quanto il nostro peso nel mondo diventi sempre più residuale e marginale.

Non sto parlando di una leadership che dai tempi del Rinascimento non abbiamo più e che non avremmo i mezzi per tornare a esercitare. Sto parlando della capacità di essere al centro degli avvenimenti che contano, e che hanno sempre più una dimensione globale.

Poche cose mi trasmettono il senso della nostra inadeguatezza più che il corrivo antieuropeismo che c’è in ampi settori della nostra popolazione. La critica al processo di costruzione di istituzioni unitarie per l’Europa è quasi sempre fatta partendo dall’erronea premessa che potremmo essere un’italietta felice e “sovrana” al di fuori dell’Unione Europea. La trasformazione del Trattato di Lisbona in una specie di feticcio maligno da esorcizzare con patto giurato segna una tale eclissi della capacità di giudizio da rendere chiaro che non si vuole un’Europa diversa, semplicemente non si vuole nessuna Europa.

Demostene è considerato da molti il più grande oratore dell’antichità, e di sicuro tra i più grandi di tutti i tempi. Curiosamente il suo nome è legato a una causa persa, quella della sovranità e indipendenza di Atene contro l’avanzata dell’egemonia macedone.

Demostene non comprendeva che il tempo delle città stato era finito, e che l’imporsi dell’impero rispondeva a tendenze di fondo nel mondo antico difficilmente contrastabili. Nella durezza degli scontri politici ad Atene i suoi avversari erano regolarmente denunciati da lui come mercenari al soldo di Filippo il Macedone. Qualche volta aveva ragione, qualche volta no. In qualche caso si trattava solo di persone che avevano una più lucida visione dei tempi a venire. E tra le altre cose capivano che l’egemonia macedone non era che una forma più strutturata dell’egemonia sull’Ellade per la quale Atene, Sparta e Tebe avevano rivaleggiato per secoli a spese delle città stato più deboli, sempre dietro la retorica della sovranità e indipendenza.

Eppure l’afflato di libertà che spira dalle orazioni di Demostene commuove e rapisce l’animo a ditanza di secoli. Le sue opinioni potevano essere anacronistiche, ma non erano banali e soprattutto erano sincere.

Provo ad affiancare l’ostilità di Demostene all’impero macedone a quella degli euroscettici della domenica verso l’Unione Europea e il Trattato di Lisbona e mi viene da ridere. L’unico punto di contatto è nel loro anacronismo, nella loro incapacità di comprendere che le istituzioni in cui si riconoscono (la città stato ellenica per Demostene, lo stato nazionale europeo per gli euroscettici) sono superate. Ma il grande afflato etico di Demostene oggi non lo trovate da nessuna parte.

Oggi vedete qui e lì affiorare tendenze autarchiche. Oggi vedete visioni semplificate dell’economia e della finanza mondiale che non vanno oltre la denuncia medievale dell’usura (quando va bene), o la ripresa della polemica contro le demoplutocrazie (il prefisso giudeo- viene astutamente fatto cadere, e neanche tutte le volte). Per me è molto chiara la sorgente di queste posizioni.

Andando oltre l’interpretazione classica, gli storici oggi tendono a rendere giustizia all’impero che, contrariamente a canoni stabiliti nei secoli, non era affatto peggiore del precedente ordine ellenico basato sulla città stato.

Il rischio di rimanere ancorati a vecchie istituzioni è che si diventa fossili. Fossili viventi.

Gianluca Bifolchi

http://subecumene.wordpress.com/